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Alimentazione,
ricette, commenti: la salute, il gusto e l'ambiente |
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| Ho
in mente di provare a comunicare quello che penso sul cucinare,
sull'alimentazione e su quello che gira in torno a questo aspetto della
vita.
Mi ci dedico da tanto tempo, sono passati più di
trentacinque
anni da quando mi sono chiesto seriamente per la prima volta che cosa
era bene mangiare, interrompendo il corso della tradizione
familiare. Sono diventato vegano senza conoscere questa parola e senza
nessuna idea a proposito. Non è durato molto ma da allora
quella
domanda iniziale è rimasta con me. Dando vari frutti che
hanno
contribuito a tenere in buona salute me e i miei figli, e sono
diventati pasti apprezzati dalle persone che frequentano Casa della
Pace arrivando da culture e paesi diversi. Forse oltre alla cura della nostra salute ho contribuito, nel mio piccolo, a generare un senso di rispetto per il mondo in cui viviamo: utilizzare senza sprechi, rispettare gli animali, non inquinare, sono sempre stati tra i principi ispiratori.
C'è poi la questione della tradizione, di un modo di nutrirsi portato dalle consuetudini sociali e familiari. Ciò che è scaturito da questo approccio è basato soprattutto sull'adattamento all'ambiente e sulla ricerca del piacere, spesso come consolazione dalle privazioni. Le preparazioni che si tramandano da generazioni sembrano molte volte non tenere conto né degli effetti sulla salute né delle sofferenze imposte agli animali. E' vero che dai popoli del nord che si cibano quasi esclusivamente di pesce e carne, a quelli del mediterraneo che hanno dato vita ad una incredibile varietà di sapori, a quelli africani che hanno trovato cibo persino nelle locuste e nelle formiche il fattore comune è un'intelligenza creativa e tenace, che ha permesso di adattarsi alle condizioni più diverse e non solo sopravvivere ma stabilirsi e procreare in climi anche molto ostili. E' vero che ci si affeziona ai piaceri provati nell'infanzia, a ciò che rappresenta una tranquilla, confortante continuità. Eppure le abitudini alimentari devono essere considerate con intelligenza creativa se vogliamo davvero il nostro bene e quello di chi vive con noi. Affermo che non ci sono principi giusti in assoluto per tutti perché ogni essere umano ha condizioni che gli sono proprie sul piano costitutivo, psicologico, culturale e inoltre ogni momento ha le sue peculiarità che si riflettono anche sull'assimilazione del cibo. Questo genera un'importante principio ispiratore: La conoscenza è necessaria e sicuramente utile ma le nostre scelte si devono basare sulla sensibilità e sull'intelligenza, solo così è possibile aderire alla realtà che si sta esprimendo nel momento presente. Questo richiede una disciplina interiore notevole e una non meno notevole conoscenza di sé. Cosa farò davanti a qualcosa che mi piace molto ma che soddisfa il piacere e non le necessità fisiche? Che cosa mi dice che non soddisfa le necessità del corpo? E' qualcosa che vedo da me oppure l'ho letto, me lo ha detto qualcuno? C'è un senso di vuoto da colmare? Negarmi quel cibo genera frustrazione? Le risposte a queste domande non possono essere solo mentali, basate sulla tradizione o sulla ricerca scientifica: devono, per essere vere, essere integrate, spontanee, parte della nostra quotidianità. Se c'è uno sforzo nell'attuare una dieta che ci siamo prefissi, proprio quello sforzo darà vita al suo opposto. Se è un'idea a guidare le nostre scelte una parte di noi viene dimenticata e prima o poi si farà sentire. Forse ci si sente un po' persi a non seguire qualcosa o qualcuno, non abbracciare un'idea o una tradizione, mettere da parte un'abitudine. Forse il punto centrale è proprio questo. Gli esseri umani hanno una propensione congenita a seguire qualcosa, le idee, le tradizioni, a mettere tutta la fiducia in un unico cesto. Essere intellignti e creativi richiede una mente diversa, anche in cucina. |
Cosa
danneggia di più l’ambiente: una bistecca o il
cibo che,
per arrivare sulla nostra tavole prende l’aereo? Articolo di Daniela Condorelli In tempi in cui mangiare locale fa tendenza si spingono i mercati dal produttore al consumatore e si privilegiano le filiere corte, fa discutere l’articolo pubblicato su environmental science technology da Christopher Weber del dipartimento di ingegneria ambientale della Carnegie Mellon University di Pittsburg (Pennsylvania).L’indagine mette a confronto le emissioni di anidride carbonica associate alla produzione del cibo con quelle causate dal trasporto su lunghe distanze Weber ha dimostrato che nelle emissioni di gas serra legate al cibo la parte del leone è costituita dalla produzione. L’83% infatti proviene dalla fase produttiva, contro l’11% causato dal trasporto di materie prime e solo il 4% è legato alla distribuzione del prodotto finale al consumatore.Non solo: secondo Weber togliere carne dalla dieta un solo giorno a settimana equivale a comprare tutto dai fornitori locali. Scrive il ricercatore: “acquistare solo prodotti locali è come risparmiare le emissioni prodotte percorrendo in auto 1.600 km in un anno. Vegetariani un giorno alla settimana significa risparmiare 1.860 km in un anno. Diventare vegetariani è come tener ferma l’auto per 13.000 km”. Da “La Repubblica delle donne” 15/11/2008 pag. 94 |